Erano prossimi, in fine della storia, a realizzare il loro destino.
Anni Luce di viaggio, la loro vita resa per sempre sui ponti delle immense astronavi, passando di mondo in mondo, attraverso le innumerevoli dimensioni della Fisica.
Momenti scanditi come la polvere di una clessidra collettiva, da pensieri rimasti a casa, sulle verande delle fattorie, fra i campi di grano, e nelle mandrie.
L'echeggiare della loro storia tornava impetuoso come un rio di una giungla pluviale, creando nebbie di ricordi.
Isoltati dal loro mondo originario, perso per sempre, cominciarono a ricordare cosa accadde...
accade prima di adesso:
L’INGANNO
L’aria friggeva di sangue ancora caldo mentre evaporava dai corpi dei soldati morti, sparsi su tutta l’infinita pianura. Il vento del nord est sfiatava la sua corsa dal mare aggredendo i superstiti, rendendo i loro corpi, le loro membra e il loro nervi rigidi come stoccafissi. La linea del fronte aveva ceduto. La neve era impastata al sangue e alla terra, in una poltiglia che rimodellava i fianchi delle lievi alture. Ma su quale parte in gioco avesse vinto non era affatto chiaro ancora. Le moltitudini di cadaveri sembravano ridisegnare nuovi ranghi, di un esercito spettrale le cui fila erano quasi senza fine. Cercai di governare in modo dignitoso la ripiegata dei miei, avevo solo un pugno di combattenti, ma li dovevo ricondurre a casa. A casa… mi veniva spesso da ridere pensando a questa parola. Quei disgraziati una casa l’avevano ancora? Da quanto tempo combattevamo ormai? Anni? Decine di anni? Secoli? Chi più si ricorda ora la strada verso casa? Per quel che mi riguarda, se mai un tempo l’ebbi mai avuta, ora di sicuro non possedevo più neppure una famiglia a casa. Per il resto dei miei soldati credo fosse lo stesso. Femmine? Avevo perso tutte le guerriere, e due anni fa cominciò a circolare quello che dapprima sembrava essere un attacco psicologico del nemico, ma poi coll’andare avanti del combattimento, divenne palese come una reale tattica di guerra: a casa ci stavano sterminando le nostre donne. Una tiepida mattina di primavera l’anno scorso, uno stormo metallico bianco passò sulle nostre teste, tanti apparecchi che si muovevano come un’unica creatura nel cielo. La creature poliedrica vaporizzò nell’aria una nube azzurro-gialla, che si raffreddò e cadde su di noi come grandine. Pezzi di uno strano ghiaccio secco grossi come pugni ci piovvero addosso. Ma il dolore per i colpi non fu nulla in confronto a quanto venne in seguito. I cristalli caddero in terra, il sole li fuse e vaporizzarono. Il fumo dei loro vapori sembrò intossicarci, ma mentre i soldati maschi non ebbero nulla di peggio che un’irritante tosse secca, le femmine cominciarono a vomitare sangue, a cadere in terra contorcendosi, e poi l’una dopo l’altra morirono. A quel punto non rimase che la guerra. Noi e i morti: noi e la guerra. Dovevamo ancora combattere, perché ormai indietro non saremmo più tornati.
Ora della Sesta Armata Corrazzata Reale d’Attacco, la SACRA, non rimanevano che ombre di un passato oscuro, immemori della loro via di ritorno, destinate a errare per combattere, nel resto dei secoli da vivere attraverso la storia. Eravamo rimasti pochi gruppi di combattenti, circa nove reparti, il mio era ridotto a sei-otto individui, ero un capitano e avevo ora la responsabilità, essendo morto il nostro arcoonte (voi lo chiamereste colonnello). Mi elessero Duca, ma che devo dire? A furor popolare di un popolo senza più furore…
Arrancavamo nella taiga, sommersi dalla neve mordente sino alle ginoscchia, quando comparve quasi dal nulla un essere alto due metri e mezzo, dalla corazza dorata e la divisa bianca. Il gruppo si compattò, sguainammo le uniche armi possibili rimaste: le nostre spade. Era uno della parte nemica, e dall’aspetto di quell’ufficiale, mi parve essere la parte vincente.
- Siete la SACRA? - eruppe con una voce profonda, altisonante.
Voltai lo sguardo verso i miei guerrieri sopravissuti e replicai:
- La sacra comprendeva un organico belligerante di trecentomila combattenti, ventimila apparecchi cingolati, diecimila puntatori laser, centomila vettori siluranti terra-aria e terra-terra, mille batterie a pressione aerea e un milione di frequenze d’abbattimento…. Secondo lei questa che vede è la SACRA? -
L’ufficiale si sganciò l’elmetto aureo e argentato, scosse il capo, muovendo dei folti capelli bianco d’oro: - per quel che vedo, questo manipolo di valorosi è ancora la SACRA. - .
Ci guardammo perplessi fra noi.
- Posso sapere con chi ho l’onore di parlare? - chiesi.
- Certamente, capitano. Io sono Gheshan Thun, della famiglia dei Thun-Baill, vengo da un avamposto della mia specie non molto distante da qui.
E mi chiedevo come fosse andata a finire la guerra. -
- Parlate della guerra come di una partita a palla…-
-Per come la vediamo noi non c’è molta differenza. Ma nonostante abbiamo provato orrore nel vedere come un esercito di valorosi è stato distrutto, non siamo potuti intervenire. -
- Intervenire? Chi siete dunque? Uno dei signori della luce? -
Il modo di parlare di quell’individuo, l’abbigliamento ora divenuto un immacolato unico manto bianco, forse per un effetto dovuto alla temperatura in discesa, lo sguardo abissale per profondità, ma sostanzialmente senza espressione, mi ricordava molto la figura di uno degli ‘ambasciatori’ che durante quegli assurdi anni di guerra, avevano effettuato diversi quanto inutili tentativi di rappacificare le parti.
- Vi hanno terminato le donne. - fece, senza troppe manfrine.
- lo sappiamo, signore.
- che farete ora? - continuò
- Non so…cercheremo un nuovo modo di esistere.
Feci senza neppure crederci molto.
- Esistere? Pensate di avere del tempo ancora a vostra disposizione?
- dovremmo morire dunque, secondo voi? - replicai infastidito.
-Morire? Oh, no, no… per carità non fraintendetemi. Perdervi sarebbe per noi una grande sconfitta.
- in che senso state parlando, signore?
- Nel senso che ho il compito di rintracciare i sopravvissuti della SACRA e condurli in salvo. Ora ho trovato il suo gruppo, capitano. E vorrei che la vostra nuova esistenza cominciasse con noi. Sapete chi sono, e di cosa è capace la mia razza, vero?
- So chi siete e da dove venite, signore. Non posso fare altro che ringraziarvi per il vostro intervento…
- State morendo Capitano Khann Iurchi, quanto tempo pensa di poter mantenere in vita il suo gruppo di eroi? La temperatura scenderà ancora e poi ancora…stiamo entrando nel buio della notte invernale. Vi saranno almeno due anni di oscurità, e che pensate di fare?
- Abbiamo combattuto con la notte invernale… - feci, ma era come se quell’essere sapesse dove volevamo arrivare.
- Il suo orgoglio le fa onore, e i suoi soldati meritano ogni rispetto. - continuò - ma se non accetta la mia proposta sarete condannati a una morte senza nome. Soli, in mezzo alla neve, uno ad uno. Chi più ricorderà la vostra gloriosa vita, il vostro ardimento, la vostra epica battaglia?
- abbiamo perso, signore. E non è stata epica, è stato un macello. Abbiamo perso definitivamente…
- Comprendo il suo disincanto e il suo dolore, Capitano del Clan Irchunn shan, so bene che siete gente d’onore e d’arme.
- Voi sapete tante cose su di noi, signore.
- Già. Da secoli seguiamo la vostra razza, e so che combattete per difendere l’esistenza della specie contro forze coalizzate contro di voi.
- ci sono due mondi che vorrebbero la nostra estinzione e forse oggi ci sono riusciti. - replicai.
- Venga con il suo manipolo assieme a me, mi segua alla mia base. - fece, come se stesse gettando sul tavolo da gioco un’offerta irrinunciabile.
Guardai i miei soldati. Erano corpi avvolti in cenci grigi, che forse già si erano preparati a morire. Il ghiaccio mordeva feroce le loro mani, le unghie erano cadute dai loro artigli, la carne delle braccia e del volto era quasi esposta ormai all’aria. La pelle si era bruciata. Le ferite di alcuni puzzavano di marcio. La fame ci faceva nutrire ormai dei nostri morti: una fonte inesorabile di cibo, visto che costellavano la taiga sino all’orizzonte percepibile. Non avevamo più alcun motivo per tornare. Il nostro mondo era crollato sotto l’urto devastante di civiltà dalle tecnologie belliche superiori. Il nostro sistema di vita come lo conoscevamo era terminato.
- E i vincitori? Che fanno? - chiesi
- Loro convengono che un nuovo ordine mondiale senza di voi sopravvissuti non potrebbe esistere.
- questa mi suona grossa! Ci reputano al pari di animali e ora vogliono governare assieme a noi?
- No, Capitano, non fraintendermi. Loro vi annienterebbero seduta stante. Ma siamo noi che abbiamo posto un freno alla loro smania, perché siamo noi che riteniamo impossibile governare e creare un nuovo sistema senza di voi.
- Ci avrebbero inseguito anche durante la nostra ‘ritirata’?
- Sì, Kann Iurchi, vi avrebbero braccati sin nel cuore della taiga, e avrebbero completato la loro missione: sterminarvi.
- Perché si sono fermati dunque?
- Perché le abbiamo convinti a posare le loro energie in un progetto infinitamente più utile. Ora la guerra l’hanno vinta, e non c’è motivo di sprecare altre vite. I loro generali sotto il nostro consiglio si sono impegnati a non incalzarvi, lasciandoci svolgere il nostro compito. Voi siete essenziali al nostro disegno. -
- Ma adesso chi comanda in questo mondo?
- Noi siamo i ‘direttori d’orchestra’. Ma in un’orchestra ogni strumento suona e compone la sua parte. Nessuno strumento è più importante di un altro, altrimenti la sinfonia stona e fallisce.
- E quale è la vostra sinfonia, signore?
- Tanto tempo fa ci fu chi ci ingannò, rubandoci quanto di più prezioso avevamo… e condannandoci tutti a dover lottare per sopravvivere, mentre lui si appropriò del più bel mondo possibile. Noi torneremo in quel mondo, sistemeremo le cose, e ciascuna razza avrà una vita migliore, senza più morte. Il responsabile di questo scempio dovrà ridarci quanto ci tolse, non in battaglia, ma col tradimento. Ecco perché il mondo ha bisogno di guerrieri e gente d’onore come i suoi soldati, Khann Iurchi. -.
Seguimmo l’essere della luce sin nella sua base.
Il posto era di una purezza eccezionale. Ricavato all’interno della montagna, era un rifugio in cui l’aria sembrava eterna e pulita, le luci erano calde e diffuse, e gli abitanti sembravano appartenere a specie diverse, alcuni che non ebbi mai modo di conoscere, altri che mi sembravano familiari.
- Bentornato Gheshan. -
Fece un ufficiale del luogo, avvolto da un pesante mantello bianco come la luce.
- Grazie Muasart. - replicò
- Vedo che hai portato a termine la missione, me ne compiaccio. - fece, guardandomi , poi si rivolse a me: - Sono contento che il clan di Iurchunn sia ancora vivo! -.
Feci un gesto con la mano per porgere la mia gratitudine, ma l’ufficiale mi guardò con un ciglio strano. Rimase immobile. Poi sussurrò, con tono molto pacato: - Dobbiamo avere cura di essere sempre consapevoli del nostro modo di muoverci, Khann Iurchi… Credo che Gheshan saprà istruirla molto bene su questo… Lei creerà una nuova generazione di rettili, capaci di tenere in mano un potere vastissimo, saranno i pilastri di un nuovo ordine mondiale. Ma prima bisogna imparare a gestire il proprio corpo per poter comandare su altri corpi. - .
Detto questo l’ufficiale guardò Gheshan, il quale rimase assolutamente impassibile, e si congedò.
Test PaintTool SAI
6 anni fa
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