La chiesa era stata scavata nella roccia viva, a forza di piccone e badile, quasi interamente a mani nude. Il colpo d’occhio a chiunque vi si fosse introdotto per la prima volta, avrebbe tolto il respiro. L’unica fonte di luce proveniva da torce appese sulla volta della grotta, e oscillanti, pendendo dall’alto, davano l’idea di strani oggetti liturgici di un culto atavico.
I ricordi della guerra risalivano potentissimi nella mia mente, così ferocemente da non riuscire a porre un pensiero logico in atto. Eravamo rimasti su quel prato, in quella primavera dannata dall’infame inganno. Tutti. Nessuno era tornato. Eppure alcuni di noi ora continuarono a vivere. Come me. Eravamo reduci. Reduci. I ri-condotti a casa. Ma quella lettera che giunse in una mattina d’inverno, mentre la neve cullava le spighe nascenti, e poi lunghi treni di soldati ai confini, ragazzi come me, finiti in primavera dentro un mondo lontano, avvlto dal fumo, dove morire.
Mille e settecento venti corpi avvolti in sudari bianchi dovetti guardare, 1720 stelle di un cielo opalescente. Eravamo duemila. Noi tornammo.
Ora non ho più il sangue sparso sulla mia pelle, e del quale non debbo preoccuparmi se sia il mio oppure quello di un compagno, o di un altro che come me, pensava di dovermi uccidere, altrimenti lo avrei fatto io. Non devo più lavarmi alla sera, quando occhi assassini pendono dalle vette, da ogni albero, dalle fosse di cemento armato. Ora la primavera torna a casa. Il campo davanti alla veranda è costellato di bianche margherite. Bianchi fiori, mille settecento fiori bianchi, bozzoli di farfalle distrutte, questa sera si dilungano come ombre inquiete su di me.
Nella chiesa speravo di trovare un cielo diverso. Ma la battaglia non riuscivo a seppellirla. Provai, tornando a pescare, a proporre uno scambio: la mia memoria, in cambio di un luccio. Ma qualcuno non ci cadde e si tenne il Luccio.
Io sono rimasto in quel campo. Il tempo mi ha seppellito, il tempo che impiega un essere innocente a morire. Impossibile ormai cambiare la storia.
Il temporale colpisce i nostri guerrieri, mentre sono ancora lontani. Il cielo si accende di porpora, l’aria è una sfera rovente, e il bosco diventa d’oro. Dopo la foresta, la città sfuma in una coltre gialla e nera. Nel campo la guerra non s’interrompe. Il colpo di maglio qui s’è abbattuto al massimo della sua potenza, dove l’invasore ha vomitato un milione di soldati.
Presto ci si accorge che non è stato un temporale a sorprendere le nostre truppe. Nulla è rimasto indietro. Inutile tornare a casa, ogni cosa che da sempre è stata, oggi si è schiantata.
E nulla esiste più di quanto abbiamo conosciuto prima.
Oggi rimango in questa chiesa, come se cercassi di parlare con qualcuno. In realtà rimango qui dentro da solo, perché sto cercando di capire. Devo capire cosa significa dio.
E una cosa l’ho intuita: non è in questa chiesa.
Allora è un rifugio ideale.
Ogni pietra, ogni soffio di fuoco, ogni anelito della terra che invoca pioggia, è solo un aspetto del dio, è solo un vago percepire la realtà.
Voglio capire perché mi si dice oggi che non sono più solo. Il prete è umano, dice che siamo tutti fratelli. Voglio capire perché lo dice.
Il fuoco e il vento, l’acqua e l’aria sono cose libere, non parte di alcun pensiero.
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6 anni fa
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